Autorecuperare
le città
Nuove
e vecchie emergenze: alcune “Banalità di Base”
Nell’odierno
scenario, caratterizzato dai primi morsi di una crisi economica che
si annuncia “ferma e duratura”, l’emergenza abitativa supera le
dimensioni a cui i già pessimi anni ’90 ci avevano abituato.
Le supera in senso quanitativo; perchè sono sempre di più
le persone a vivere in termini letteralmente emergenziali il bisogno
abitativo. Le supera in senso qualitativo; perchè le spirali
della precarizzazione sociale e lavorativa, della disoccupazione e
della riduzione drastica degli ammortizzatori sociali trascinano
nell’emergenza settori della popolazione che fino ad oggi non ci
avevano “fatto i conti”.
Un
salto di qualità, quindi, che vede aggiungersi alle “storiche
icone” dell’emergenza abitativa ( migranti, famiglie monoreddito,
giovani coppie, i cosiddett* marginal*) nuove categorie non meno in
crisi ( proprietari, possessori di mutui, professionisti).
E’
un salto di qualità che non può essere compreso se non
letto criticamente e inscritto nelle più ampie trasformazioni
degli ultimi 20 anni in cui i governi, di centro-destra o
centro-sinistra che fossero, hanno lavorato con zelo nel garantire i
processi di accumulazione della ricchezza a vantaggio di pochi ed a
spese della stragrande maggioranza della popolazione. Svendita dei
patrimoni immobiliari pubblici, cartolarizzazioni e privatizzazioni,
abolizione dell’equo canone e di ogni calmiere dei prezzi al metro
quadro, liberalizzazione del mercato immobiliare, nessun rilancio
effettivo dell’edilizia popolare. Se ciò non fosse bastato
l’emergenza abitativa, le città ed i territori sono stati
trasformati in “combustibile” per le grandi imprese costruttrici
producendo quadri normativi e strumenti di “pianificazione” tesi
a facilitare l’appropriazione privata delle aree dismesse, a sancire
la possibilità di costruire senza vincoli, a permettere il
finanziamento pubblico di operazioni guidate da soggetti privati ed a
loro esclusivo vantaggio.
L’Edilizia
Residenziale Pubblica (erp) è oramai sparita. Dei 200 milioni
di euro stanziati nel piano casa del governo nemmeno un euro viene
destinato all’erp, tutti i finanziamenti sono destinati per
interventi che vengono contrabbandati come edilizia pubblica ma di
pubblico hanno solo i finanziamenti.
L’ERP
viene sostituita dai Fondi Immobiliari, dalla Finanza di Progetto e
dal cosiddetto Social Housing, ma con questi strumenti non si
producono case a un prezzo accessibile per la maggior parte dei
proletari, e tanto meno case di proprietà pubblica.
Alla
distruzione dell’ ERP fatta dal governo del cattivo Berlusconi si
affiancano gli interventi di Regioni e Comuni, che anche nelle aree a
maggioranza di centro sinistra riperpetuano e spesso superano in
peggio, per modalità e contenuti, gli interventi del governo.
Quello
che è avvenuto in Toscana negli ultimi anni è
estremamente indicativo.
Dalla
proposta di riforma della legge regionale sulla casa (che fa
letteralmente sparire la parola “pubblico” sostituendola con
“sociale”, introduce l’ISEE per aumentare a dismisura i canoni
fino a farli lievitare a prezzi di mercato, prevede la svendita del
patrimonio a prezzo di mercato) fino agli scandali (Castello,
Ligresti, Quadra,BaldassiniTognozziPontello)che hanno investito a
ripetizione
la
giunta di Palazzo Vecchio emerge con chiarezza che l’intervento
pubblico non è finalizzato a dare risposte all’emergenza
abitativa . L’emergenza abitativa diventa il grimaldello per
deregolarizzare ogni forma di intervento e permettere l’abuso del
territorio e la certezza dei profitti.
Anche
Renzi ha capito come si fa: a pochi mesi dall’insediamento si è
già mosso secondo i dettati del d.l.112 e ha inserito nel
piano delle alienazioni quasi tutto il patrimonio del Comune. Appena
decisa la destinazione urbanistica degli immobili andrà in
Consiglio Comunale per l’approvazione del piano e questo costituirà
di per sé una variante al piano regolatore. Dulcis in
fundo…invece di metterli all’asta darà questi immobili
direttamente alle banche attraverso la costituzione di un fondo
immobiliare…..dei proventi della vendita nemmeno un euro sarà
investito in case popolari!
Bisogno
casa come “mantice”
Bisogno
Casa ed Emergenza Abitativa sono stati dunque, da un lato, separati
dall’idea di diritto e dall’altro usati strategicamente come
“mantice” per soffiare sul fuoco della speculazione e del consumo
di suolo. E’ in virtù dell’intenzione, solo di facciata, di
costruire alloggi per assecondare una forte domanda che imprese
medie e grandi ottengono concessioni edilizie su aree urbane e non
destinate altrimenti da Piani Regolatori ormai ridotti a lettera
morta. E’ il caso dello stesso Centro Sociale nEXt emerson che
ospiterà il meeting nella nuova sede occupata. Dopo 13 anni di
permanenza in un ex-calzaturificio destinato dal PRG ad “attrezzature
e servizi pubblici” viene sgmberato per far posto ad uno degli
edifici del Piano 20.000 alloggi in affitto. Non solo sul CSA
costruisce la ditta che si aggiudica l’appalto ma anche su un
“pratone” adiacente classificato come area “a verde-agricolo”.
E’ un caso come tanti. Per rimanere a Firenze e allo stesso Piano
basti pensare che di 9 edifici realizzati 6 sorgono su aree
“protette” e/o altrimenti destinate.
Si
costruiscono sempre più alloggi, quindi, generando una catena
di paradossi che solo le leggi dell’accumulazione possono spiegare.
Il paradosso che nonostante l’aumento di case (offerta) i prezzi al
mq non scendono e se scendono non scendono abbastanza per le tasche
dei più. Il paradosso di “invogliare” fabbriche ed
artigiani alla dismissione facendo intravedere i lauti guadagni
provenienti dalla vendita di capannoni e strutture edificabili. Il
paradosso di trasformare le città in prigioni a cielo aperto
saturandole per numero di abitanti e conseguentemente di automobili,
traffico, rifiuti… . Il paradosso che al maggior numero di abitanti
per mq non corrisponde un aumento dei servizi sociali e delle
strutture pubbliche che avrebbero invece potuto trovare una sede
proprio laddove si è costruito alloggi e ancora alloggi.
Autorecuperare
le città
E’
proprio su questo che vorremmo espandere e intensificare il
dibattito. Se con Autorecupero si è inteso fino ad oggi,
perlopiù, la ristrutturazione di stabili esistenti a scopo
abitativo ci sembra possibile allargare l’orizzonte. Autorecupero
come pratica antagonista alla cementificazione, alla nuova edilizia
ed al consumo di suolo. Autorecupero come strumento per “salvare il
salvabile” e stabilizzare esperienze autogestite. Recupero, difesa
dalla speculazione, destinazione ad uso sociale di stabili, aree e
strutture sono anche le rivendicazioni e le richieste di molti
comitati di cittadini e abitanti impegnati nella tutela della
vivibilità urbana e/o dei beni comuni. Su questo terreno
assistiamo in più parti di italia a positive convergenze,
scambi e reciproco rafforzamento tra lotte per la casa e lotte in
difesa dei territori. E’ l’evidente riconoscimento che non può
esserci una città in cui non tutti abbiano “un tetto sulla
testa” ma che non vale la pena vivere in città insalubri,
sature, alla mercè dell’imprenditoria privata. Vorremmo
discutere di Autorecupero anche in questa chiave. Leggendone le
potenzialità di trasformazione e progettazione dal basso di
porzioni urbane da
destinare ad uso sociale; aree verdi, parchi, luoghi di incontro,
parcheggi gratuiti, palestre, sale da ballo, cinema di quartiere,
biblioteche, spazi per mercati rionali dalla filiera corta, sedi di
servizi sociali e collettivi. In questo senso l’esperienza, seppur
carsica e non sempre all’altezza dei tempi, dei Centri Sociali e
degli Spazi Autogestiti continua a dire, rappresentare e praticare
qualcosa di significativo non solo per se stessi ma per la
complessità delle città che abitano.